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Il treno 8017 è bloccato dentro la galleria delle armi. Fermo, inchiodato nel punto peggiore possibile.
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Davanti ci sono le locomotive ancora calde. Il carbone continua a bruciare, il fumo ristagna. Il monossido di carbonio si allarga nell'aria, invisibile, senza odore, senza rumore.
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Dietro ci sono decine di carri, molti sono dentro la montagna, alcuni sono più vicini all'imbocco dal lato di Balvano. Dentro a quei carri ci sono persone. Persone salite con un sacco, un fagotto, una coperta, un oggetto da barattare. Persone partite perché a casa non c'è abbastanza da mangiare. Persone che vogliono arrivare in Basilicata con la speranza in tasca. Poi il viaggio si è arrestato e la morte ha cominciato a lavorare senza fare rumore. Adesso qualcuno inizia ad accorgersi che qualcosa non quadra.
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Intelligenza artificiale, cyber sicurezza, crowd computing e tecnologie al servizio dei cittadini. In un mondo sempre più tecnologico e digitale, ricco di potenzialità entusiasmanti e di ostacoli da superare, qual è il ruolo che deve giocare l'essere umano?
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Ascolta Augmented Humanity, la tecnologia con le persone al centro, sulla tua piattaforma preferita.
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Prima il rallentamento, poi gli strattoni, la retromarcia e infine la frenata. Ma i minuti sono passati e non è più successo nulla. Tutto attorno, il buio impenetrabile cela il killer silenzioso, il monossido di carbonio. Proviamo a fare chiarezza. Quando diciamo che una galleria si riempie di fumo, Il rischio è di immaginare una scena quasi cinematografica. L'aria nera, gli occhi che bruciano, le persone che tossiscono e il panico. Ma il monossido di carbonio è molto più subdolo. Si forma quando qualcosa brucia male, quando nella combustione non c'è abbastanza ossigeno perché il carbonio si trasformi completamente in anidride carbonica.
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Il punto però è che il monossido di carbonio non uccide soltanto perché toglie aria, uccide perché inganna il sangue. Nel nostro sangue c'è una proteina, l'emoglobina, che ha il compito di trasportare ossigeno alle cellule. Ogni respiro serve a questo, portare ossigeno nei polmoni, farlo passare nel sangue, distribuirlo al cervello, al cuore, ai muscoli, a tutto l'organismo. ma c'è una molecola che si lega all'emoglobina molto meglio dell'ossigeno ed è proprio il monossido di carbonio non solo molto meglio 200-300 volte meglio quindi quando una persona respira aria contaminata da monossido il sangue comincia a riempirsi di questo gas al posto dell'ossigeno l'emoglobina che dovrebbe trasportare vita viene occupata da qualcosa che la blocca si forma la carbossiemoglobina e lo fa con un legame stabile, difficilissimo da sciogliere, che impedisce al sangue di fare il suo lavoro.
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La cosa terribile è che la persona continua a respirare, i polmoni si muovono, il corpo inspira ed espira, ma l'ossigeno non arriva più dove deve arrivare. È un po' come se il corpo fosse ancora dentro il gesto della vita ma avesse perso il meccanismo che la rende possibile. All'inizio possono arrivare i mal di testa, lo stornimento, la nausea, poi la lucidità comincia a spegnersi, i muscoli perdono forza, le gambe non rispondono più e la mente si annebbia. A volte la morte arriva dopo una perdita progressiva di coscienza e in galleria c'è un altro elemento che peggiora tutto, la combustione produce anche anidride.
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carbonica e l'anidride carbonica quando aumenta nell'ambiente stimola il bisogno di respirare di più il corpo sente che qualcosa non va e aumenta il ritmo del respiro ma se quell'aria contiene monossido ogni respiro in più diventa un passo più rapido verso l'intossicazione è un circolo vizioso il corpo cerca aria respira di più e respirando di più assorbe più veleno Questo spiega anche una cosa che sta per succedere. Diverse persone infatti riescono a uscire non capendo davvero che cosa stia succedendo. Hanno la fuligine addosso, gli occhi bruciati, la gola chiusa e il pensiero rotto.
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Il problema è proprio quello che anche quelli che riescono a trascinarsi fuori dalla galleria, arrivando all'aria aperta, muoiono lo stesso. Perché uscire dal tunnel non significa automaticamente salvarsi. Infatti, se l'emoglobina è già saturata dal monossido, l'ossigeno che torna disponibile fuori dalla galleria fatica a legarsi al sangue. Lo abbiamo detto, il monossido di carbonio è un gran bastardo, una volta che entra non esce più facilmente. Il corpo respira aria buona, ma il sangue non riesce più a trasportarla in modo efficace. Il cervello, soprattutto, ha bisogno di ossigeno continuo e dopo pochi minuti di anossia i danni diventano irreversibili.
04:42
Quello che si sta consumando è una tragedia di dimensioni bibliche, ma il fatto che fuori da quella galleria non succeda nulla, o quasi, è anche peggio. La stazione di Balvano sa che il treno è partito, mentre la stazione di Bellamuro lo aspetta. Tra le due stazioni c'è la montagna e dentro la montagna c'è il treno 8017 fermo, pieno di persone che stanno perdendo conoscenza una dopo l'altra. Per ore la catastrofe resta chiusa lì.
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A Bellamuro l'8017 dovrebbe arrivare, ma non arriva, lo abbiamo detto. All'inizio sembra quasi normale, del resto un treno merci pesante in tempo di guerra su una linea di montagna complicata non è mai davvero un orologio, in barba alle leggende metropolitane che quando c'era lui i treni arrivavano in orario. Le ferrovie italiane hanno sempre accumulato ritardi enormi, specialmente in quel tratto. Chi lavora nel trasporto ferroviario lo sa, i convogli possono perdere tempo in salita, possono essere costretti a fermarsi, possono avere problemi di qualunque tipo, di trazione, di pressione, di carbone o di manovra.
05:40
Un ritardo in ferrovia è prima di tutto un fatto da registrare e solo dopo diventa una domanda. Poi però se il tempo passa diventa paura.
05:49
Verso le due del mattino Giuseppe Salonia, vice capostazione di Balvano, comincia a cercare il treno. Da Balvano telefona a Bellamuro chiedendo notizie. La domanda è semplice, l'8017 è arrivato? E la risposta è inquietante, no. A Bellamuro non ne sanno nulla.
06:06
Il treno è partito da Balvano alle 0.50 e sarebbe dovuto arrivare intorno alla 1.10, ma alle 2.30 Bellamuro continua ad aspettarlo. E Salonia resta dentro un equivoco che diventerà fatale. Pensa che, vista la poca distanza da percorrere, se il treno fosse davvero in panne, qualcuno del personale sarebbe tornato a chiedere aiuto. Quindi non si preoccupa troppo. e lo stesso pensiero è condiviso anche dagli uomini a Bellamuro. Il tempo quindi continua a correre, ma loro rimangono in attesa. Intanto, più avanti sulla linea a Barangiano-Ruoti c'è un giovane ferroviere che aspetta anche lui l'80-17.
06:42
Si chiama Ugo Gentile, è il capo stazione aggiunta con funzione di capocircuito. Gentile è in titubante attesa perché il ritardo dell'80-17 sta paralizzando la linea a rotaia unica. C'è infatti un altro treno da gestire, un convoglio militare, l'8000, che deve incrociare. Ma se l'8017 non arriva, tutto quanto rimane bloccato. Tra le 2.40 e le 2.50, Gentile telegrafa alla stazione di Bellamuro e chiede con insistenza notizie. A questo punto anche a Bellamuro la tensione comincia a montare.
07:14
Il treno non è lì, il ritardo non è più giustificabile. E vista l'agitazione di Gentile, Bellamuro ricontatta Balvano.
07:22
La catena della paura che qualcosa di grave possa essere successo è completa.
07:27
Salonia ordina al guardalini e Domenico Rinaldi di andare in ricognizione lungo la linea. Il suo non è un compito semplice, deve uscire nella notte, seguire il binario e capire se il treno si sia fermato da qualche parte.
07:39
Poco dopo le tre, l'addetto della stazione di Balvano si mette in marcia. Mentre gli uomini della ferrovia cercano di capire cosa sia successo, dentro la galleria delle armi la situazione è ormai compromessa. Davanti, nei carri vicino alle locomotive, l'aria si guasta per prima. Le cabine vengono investite dal calore, dal vapore, dalla fuligine, dai gas della combustione. Gli uomini in quel punto respirano nel punto peggiore della galleria. Poi il veleno scivola lentamente all'indietro, carro dopo carro. Chi resta abbastanza a lungo nel fumo sperimenta gli stessi sintomi. Il mal di testa, la nausea, una stanchezza strana, pesante.
08:14
E così lentamente quasi tutti perdono lucidità. Si siedono, cercano un appoggio, sentono quel desiderio impellente di dover prendersi un momento di riposo. E quel momento diventa l'ultimo. Per chi sta dormendo tutto è tremendamente più semplice, il veleno nell'aria li coglie nel sonno. Moltissimi si spengono così, senza nemmeno accorgersi di ciò che sta succedendo. Più indietro, invece, la situazione è diversa, ma non migliore. Negli ultimi carri, quelli più vicini all'imboccolato balvano, qualcuno ha ancora una possibilità. Lì il fumo è meno concentrato, la distanza dell'aria aperta è più breve, i sintomi ce li hanno anche loro, non si sentono bene, Quando mettono pied a terra, barcollano.
08:53
Non capiscono davvero che cosa sia successo, ma sanno che dentro quella galleria non si respira e l'istinto gli dice che devono uscire di lì in fretta. Qualcuno cade accanto al binario, qualcun altro si rialza e alcuni no. Diversi si trascinano fuori, quasi senza vedere, e una volta fuori dalla galleria delle armi, sul lato destro dell'imbocco, trovano uno slargo, una specie di spiazzo sospeso sopra le gole. Poco più in là c'è un vecchio casello ferroviario abbandonato, un edificio a due piani con un cortile davanti e una recinzione ormai rovinata.
09:22
I superstiti si dirigono lì. Adesso che possono finalmente respirare aria meno avvelenata vogliono spostarsi dai binari, perché nessuno sa ancora se il treno resterà fermo o se arretrerà di nuovo. L'8017 è una minaccia che incombe. Se quella massa di ferro dovesse scappare verso Balvano travolgerebbe chiunque sia rimasto vicino alla linea. Così arrivano in quel piccolo spiazzo abbandonato e provano a recuperare energie, sia fisiche che mentali. Lì, in quello spazio fuori dalla galleria, cominciano a raccogliersi i vivi, pochi confusi, intossicati.
09:55
Quelli che si sono ripresi in fretta scrutano la galleria da lontano, capiscono che non si può rientrare, perché dentro ci sono ancora voci, ci sono colpi di tosse, ancora persone che respirano, ma la galleria respinge chiunque prove ad avvicinarsi. Qualcuno ci prova anche perché nel tunnel ha lasciato parenti, amici, ma bastano pochi passi nel fumo per sentire la testa girare di nuovo. Bastano pochi respiri per capire che lì dentro si può morire anche tentando di salvare qualcuno. Molti desistono e ritornano al casello abbandonato in attesa dei soccorsi.
10:27
Alcuni, saliti sul merci in modo irregolare o convinti di esserlo, si allontanano appena possono. Temono l'arrivo dei militari alleati, temono arresti, punizioni, interrogatori. In quella notte la paura della legge si somma alla paura della morte. Qualcuno rientra per provare a salvare i suoi cari, andando irrimediabilmente incontro alla morte.
10:47
Nella zona di coda del treno, fra gli uomini sopravvissuti, c'è anche Giuseppe Devenuto. Devenuto è un frenatore, si trova nella parte posteriore del convoglio, nell'undicesimo carro dalla coda. Questo dettaglio, l'undicesimo carro, diventerà importante perché nelle ore e nei giorni successivi, quando tutti proveranno a ricostruire quello che è accaduto, i nomi cominceranno a confondersi. Da questo momento proverò a fare chiarezza, ma dobbiamo partire da un presupposto. Le versioni non coincidono e ci sono tante zone grigie che non sono mai state chiarite.
11:16
Devenuto è vivo, è nella zona di coda e non ha visto tutto. Non sa che cosa sia successo sulle locomotive, non sa che cosa abbia fatto senatore. Quando scende dal carro apparentemente non si rende conto del disastro che già lo circonda. Nelle sue dichiarazioni future dirà chiaramente di non essersi reso conto subito che i passeggeri fossero morti o stessero lottando contro la morte. Ma dirà anche che dopo il risveglio avrebbe sentito una donna chiedere aiuto. Qua c'è già un conflitto di racconti clamoroso, perché secondo altre testimonianze, chiunque sia sceso dalla carrozza e abbia camminato nella galleria avrebbe dovuto farsi largo tra corpi sulla massicciata e corpi che penzolavano dai carri.
11:53
Come avrebbe fatto quindi Devenuto a non accorgersi di tutto questo?
11:57
Questa contraddizione è spaventosa, ma non è impossibile, perché ricordiamoci che il monossido agisce subdolamente anche sull'intelletto. Il cervello è poco irrorato da ossigeno. È di fatto in modalità sopravvivenza, e ciò che sembra ovvio a qualcuno può non esserlo per altri. Se sei intossicato anche tu, se sei al buio, se non hai una lampada, se non hai un orologio, se non sai dove comincia e dove finisce il treno, puoi anche passare accanto a una strage senza capirne subito la dimensione. Quindi De Venuto riesce in qualche modo a trascinarsi fuori dalla galleria.
12:28
All'imbocco trova un gruppo di soldati italiani che erano situati nell'ultimo carro del treno, proprio assieme a Masullo, il frenatore che ha azionato la leva quando ha sentito indietreggiare il treno. Sono tutti stati risparmiati apparentemente dall'intossicazione. Masullo ha già provato ad entrare nella galleria ma il fumo glielo ha impedito e così ha deciso di restare al suo posto, a controllare il freno. A questo punto Devenuto chiede aiuto ai soldati, vorrebbe procedere in direzione di Balvano per avvisare di quello che sta succedendo e chiede apertamente che qualcuno lo accompagni. Davanti gli uomini dell'esercito italiano storco nel naso, nessuno si fa avanti.
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Sono momenti concitati dove la logica si mescola con la difficoltà a ragionare chiaramente e dove anche i racconti successivi non sono perfettamente allineati. Alla fine, secondo alcune ricostruzioni, l'ufficiale che comanda il gruppetto di militari ordina un soldato di avviarsi con De Venuto verso Balvano, mentre con gli altri uomini entra nella galleria. Da questo momento in poi non si avranno più notizie di questo sparuto gruppo di militari, né delle loro sorti né del fatto se siano realmente esistiti. I report ufficiali infatti non trovano riscontro circa la loro esistenza, nonostante ci siano le testimonianze di Masullo e Devenuto.
13:37
È solo uno fra i tanti misteri legati al disastro di Balvano, centinaia di uomini senza volto, morti e altrettanti spariti, di cui non si è mai più saputo nulla. Torniamo però al racconto. Verso le 5 e 10 del mattino alla stazione di Balvano arriva Giuseppe De Venuto. Nelle relazioni ufficiali arriva da solo. Quando arriva a Balvano è stremato e porta la notizia, avverte che è successo qualcosa al treno, che il convoglio è fermo nella galleria delle armi e bisogna intervenire con urgenza. non parla di intossicazione o di morti dappertutto.
14:09
Propone lui stesso di spezzare il treno in due e rimorchiarlo in stazione. A Balvano, in quel momento, c'è anche il treno 8025, è fermo lì in stazione, in attesa del via libero, bloccato a sua volta dalla mancata liberazione della linea, ed è anche l'unico mezzo immediatamente disponibile. La decisione è questa, staccare la locomotiva dell'8025, mandarla verso la galleria delle armi e verificare la situazione e, se possibile, far retrocedere l'8017 fino a Balvano. Sulla carta sembra una procedura ferroviaria normale, nella realtà anche quest'operazione perde minuti.
14:43
Secondo il racconto di Salonia, il capotreno dell'8025 Colucci è riluttante, non vuole partire così senza una prescrizione formale. Allora vi viene notificato un ordine scritto, il modulo M40. Altro tempo che passa e si accumula. Alla fine la locomotiva viene staccata dal treno 8025. Ai comandi c'è Attanasio Diodato, il macchinista. Con lui, altra il fuochista della macchina, salgono anche Colucci, il conduttore capo Francesco Clemente, un frenatore e alcuni operai. Altri uomini invece si avviano a piedi lungo la linea.
15:15
Angelo Pierri, frenatore dell'8025, Francesco Perrotta, conduttore dello stesso treno e lo stesso Devenuto. Le carte ufficiali fissano la partenza della locomotiva alle 5.25. La squadra arriva alla galleria delle armi intorno alle 5.40. E' ancora buio. Regna una quiete irreale. Davanti a loro c'è il portale della galleria. Dal tunnel esce ancora fumo, esce lentamente a tratti, quasi immobile. Dentro l'aria è ancora pesante. Diodato prova a entrare, fa pochi passi e poi vede i primi corpi, quindi torna indietro.
15:49
Colucci prende una lanterna, si addentra per una quindicina di metri, quanto basta per capire che la galleria non è praticabile. Torna fuori e dice che non si può proseguire. Francesco Clemente riesce ad andare ancora più avanti, molto più avanti, circa 200 metri all'interno del tunnel. Poi vede altri cadaveri e si ferma. Anche lui non riesce ad andare oltre. A quel punto la situazione diventa chiara. Il treno 8017 non è solo fermo, è circondato da corpi. Sulle banchine della galleria, lungo il passaggio stretto, accanto al convoglio. Le persone hanno provato a scendere, a cercare aria, a raggiungere l'uscita.
16:22
Alcune sono crollate vicino alle ruote, altre sulla massicciata, altre ancora sono rimaste nei carri, immobili, sedute o distese. La locomotiva dell'8025 non può quindi rimorchiare subito il treno, perché non si può agganciare e tirare via tutto come se fosse un semplice convoglio guasto, ci sono corpi ovunque. Il dubbio più terribile nasce qui, in mezzo a quei corpi immobili quanti erano già morti e quanti respiravano ancora. In quelle condizioni distinguerli era quasi impossibile, A questo punto so però che vi starete facendo una domanda.
16:56
Ma in tutto questo tempo che fine ha fatto Rinaldi? Il guardalini è quello che era partito alle tre da Balvano. Questa è la parte più complessa da raccontare perché le testimonianze sono incomplete e soprattutto discordanti.
17:10
Dopo essere sparito per più di tre ore, verso le 6 del mattino Rinaldi ricompare a Balvano. Questo è uno dei pochi orari certi che abbiamo di quella notte, anche perché poco dopo rientra anche la locomotiva dell'8025. Entrambi portano notizie nefaste. Adesso il quadro è completo e Balvano finalmente capisce l'entità del disastro. Nella galleria delle armi non c'è solo un treno da rimettere in movimento, c'è una strage.
17:36
Prima di proseguire con il racconto, però, vorrei provare a fare chiarezza su cosa sia successo a Rinaldi. Secondo la testimonianza di Salonia, l'ordine di partire sarebbe stato dato alle 3 del mattino. Dalla stazione di Balvano all'imbocco della Galleria delle Armi ci sono meno di 2 km, circa 1800 metri. Non è una distanza enorme, tenuto conto del dislivello, delle difficoltà a camminare sopra i binari e delle condizioni climatiche, ipotizziamo che una persona normale, in buona salute, ci metta tra i 35 e i 55 minuti.
18:06
Per il medesimo viaggio di ritorno, questa volta in discesa però, ipotizziamo che ci voglia un tempo più breve, di circa 25-40 minuti. Ora, non avendo riportato segni di intossicazione una volta rientrato a Balvano, sappiamo per certo che Rinaldi non ha passato molto tempo all'interno della galleria. Deve essere arrivato, aver valutato la situazione ed essere tornato indietro immediatamente. Se fosse partito davvero alle 3, sarebbe potuto arrivare alla galleria poco prima delle 4 e tornare a Balvano o intorno alle 5.
18:36
E poi c'è un altro mistero. Come ha fatto Rinaldi a non incrociare De Venuto che scendeva sul suo percorso? C'è però una dichiarazione di Salonia che potrebbe aiutarci a risolvere questo mistero. Salonia dirà ai carabinieri di aver allertato il capostazione titolare, Vincenzo Maglio, che stava dormendo presso il suo alloggio più o meno alla stessa ora in cui ha dato mandato a Rinaldi di partire in esplorazione. Le tre, secondo il suo racconto. Maglio invece dirà di essere stato svegliato verso le quattro. Un'ora di differenza. Nel racconto di Salonia i tempi non tornano, è quindi plausibile pensare che da Balvano la ricognizione si sia attivata dopo le quattro.
19:13
E con questa scansione oraria si incastrano anche i tempi di percorrenza di Rinaldi, che impiegando legittimamente due ore in tutto può essere ritornato effettivamente alle 6 e può non aver incrociato De Venuto, che è partito dalla galleria proprio mentre lui era in fase di esplorazione. Il fatto è che questa personale ricostruzione dei fatti, che può sembrare un mero esercizio mentale, pone un quesito molto pesante. Se le cose fossero realmente andate così, come mai dalla 1 e 10, orario di arrivo previsto del treno, fino alle 4 del mattino nessuno dalle stazioni di Bellamuro e Balvano ha fatto nulla?
19:47
Perché sono rimasti in attesa così tanto tempo? Nella versione di Salonia dalla stazione di Balvano si muovono già intorno alle 3, è tardi, ma almeno c'è una reazione. Se invece prendiamo sul serio l'ora di maglio e immaginiamo che la ricognizione parta davvero dopo le 4, allora la domanda diventa molto più pesante. Com'è possibile che per quasi tre ore un treno partito da Balvano e mai arrivato a Bellamuro resti trattato come un semplice ritardo?
20:16
Quando gli uomini del treno 8025 e Rinaldi consegnano a Salonia e Maglio i racconti di ciò che hanno visto nella Galleria delle Armi, il racconto prende una direzione precisa.
20:27
Il problema più grave è che ci sono corpi nei carri, sui passaggi laterali, ma soprattutto vicino ai binari. Prima di poter muovere il convoglio bisogna liberare la sede ferroviaria. Maglio prende in mano la parte ferroviaria dell'allarme. Rinaldi viene mandato nuovamente fuori dalla stazione. Deve avvertire il medico condotto di Balvano e anche i carabinieri. Nello stesso momento Maglio usa lo strumento più rapido che ha, il telegrafo ferroviario. Lancia il segnale di SOS.
20:53
Il telegramma di Maglio è il numero 73. Parte da Balvano e arriva a Baragiano poco dopo le 6, attraverso il circuito telegrafico Omnibus. Il messaggio dice che c'è stato un grave incidente. Dice che il treno 8017 si è arrestato in una galleria tra Balvano e Bellamur. Dice che ci sono diversi morti. Chiede soccorsi urgenti a potenza e chiede anche una macchina a trazione diesel. Questo dettaglio è importante. Serve una locomotiva che possa entrare, lavorare, trainare senza aggiungere altro fumo dentro la galleria.
21:24
Il segnale corre sulla linea. A potenza inferiore, sul circuito omnibus potenza baraggiano, è in servizio un giovane telegrafista di 20 anni, Luigi Quaratino. Riceve anche lui la segnalazione dell'allarme. Da quel momento il disastro non appartiene più soltanto a Balvano. La notizia entra nei canali ferroviari, sanitari e militari.
21:44
Ma alla galleria delle armi il tempo è già passato. Quando Maglio manda l'SOS l'8017 è fermo da oltre 5 ore. Le persone nei primi carri hanno respirato monossido per troppo tempo.
21:58
Quando un caso sembra chiuso, è lì che inizia a ossessionarti davvero. Io sono Giada e in Giada Crime racconto storie di cronaca nera, seguendo ogni dettaglio finché tutto prende forma. Cerca Giada Crime ora.
22:20
Nel diritto si è innocenti fino a prova contraria, ma nel tribunale dell'opinione pubblica la logica si ribalta.
22:27
Io sono Roberta Lippi e in Danni irreversibili il caso Michael Jackson abbiamo esplorato le dinamiche che trasformano un artista in un caso collettivo. Ascolta la serie completa sulla tua piattaforma preferita.
22:48
All'inizio il soccorso ha una forma poverissima, sono solo uomini, niente mezzi, ferrovieri, carabinieri, qualche sanitario locale, abitanti del paese che scendono verso la stazione appena la voce comincia a circolare. La notizia non arriva come arriverebbe oggi, si trasmette di bocca in bocca attraverso le case e in paese qualcuno sente che è successo qualcosa sulla linea. Alcuni arrivano di loro volontà, altri vengono chiamati, persino requisiti, spinti dai carabinieri e dalle autorità locali. Servono bracciaforti, capaci di sollevare corpi e caricarli sui carri per trasportarli.
23:21
Servono insomma uomini capaci di camminare fino alla galleria.
23:25
La tragedia, nelle prime ore, viene affrontata così, con le mani, con le lanterne, con fazzoletti davanti alla bocca e con la paura di entrare in un tunnel dove l'aria ha già ucciso quasi tutti.
23:36
La stazione di Balvano diventa il punto di raccolta. Il problema è immediato. Per salvare chi respira ancora bisogna entrare nel tunnel, ma il tunnel respinge chi prova a entrare. Il fumo è ancora lì. Non si disperde abbastanza in fretta. Resta dentro la galleria, schiacciato, fermo, mescolato all'umidità e al freddo. Chi entra deve fare pochi metri, trattenere il fiato, guardare, tirare fuori qualcuno e tornare indietro. E poi ricominciare tutto da capo. In quelle condizioni il soccorso è un lavoro fisico e confuso. La priorità è ovviamente cercare chi dà segni di vita.
24:07
Si spostano quindi i corpi che bloccano il passaggio. Si prova a capire dove finisce il treno e dove comincia la massa dei passeggeri caduti a terra. Il buio rende tutto più lento, il fumo tutto più pericoloso. All'inizio nessuno riesce davvero a misurare la dimensione della tragedia. Chi arriva alla stazione sa che ci sono morti, ma non sa ancora quanti. La parola che comincia a circolare è disastro, ma il disastro a quell'ora non ha ancora un numero preciso. I vivi, o quelli che sembrano avere ancora una possibilità, vengono portati verso l'aria. Alcuni vengono caricati sui cari, altri vengono appoggiati fuori, lungo la linea, in attesa di essere trasportati a Balvano.
24:41
I morti o quelli che appaiono morti restano dove sono, almeno per il momento, soprattutto se sono caduti a terra e non impediscono subito il movimento del treno. Nel fumo, al buio, con centinaia di sagome ferme dentro e fuori dai carri, la differenza tra uno e l'altro, tra un vivo e un morto, passa attraverso dettagli minimi. Un braccio che si muove, un respiro debole, un gemito quasi coperto dai rumori degli uomini. E spesso quei dettagli si perdono. La squadra lavora con l'urgenza addosso, bisogna salvare chi respira, ma bisogna anche spostare il treno.
25:13
Finché l'80-17 resta nella galleria delle armi, ogni intervento resta difficile. Portarlo a Balvano significa portarlo all'aria, alla stazione, vicino ai soccorsi, vicino ai medici, agli uomini che possono scaricare i carri e assistere i superstiti. Così si decide di muovere il convoglio, è una decisione necessaria e tremenda.
25:34
Prima vengono rimossi alcuni corpi, poi si libera quello che si riesce a liberare, si cerca di rendere praticabile la marcia indietro. La locomotiva dell'8025 torna verso la galleria delle armi, arriva e Queen si presenta davanti alla coda dell'8017.
25:49
Lì, vicino all'ultimo carro, Masullo è ancora al freno. Per tirare fuori il convoglio bisogna prima liberare quel freno e poi agganciare la macchina dell'8025 alla coda. Solo allora Diodato può iniziare la manovra. Il treno quindi comincia lentamente a retrocedere verso Balvano, trascinato all'indietro dalla stessa parte da cui era entrato nella galleria. A quel punto la galleria si riempie di un altro rumore. Il ferro riprende vita, i respingenti, le catene, le ruote che tornano a muoversi dopo ore di immobilità.
26:19
Per chi è ancora cosciente o per chi riemerge proprio in quel momento dall'intossicazione, quel rumore diventa un risveglio spaventoso. Antonio Gaudino, uno dei superstiti, racconterà ai carabinieri di essersi ripreso così. Era a terra, vicino ai binari svenuto. Appena fuori dalla galleria, il rumore del treno che retrocedeva verso Balvano lo ha svegliato. Si è scostato appena in tempo prima che il convoglio lo travolgesse. Questa testimonianza apre una ferita dentro la ferita. Se Gaudino era vivo, steso vicino alla linea, quanti altri potevano esserlo?
26:50
Quanti altri sono stati lasciati a terra perché sembravano cadaveri ma in realtà respiravano ancora? La risposta non esiste, resta solo il dubbio.
26:59
Il treno arretra portando con sé vivi, moribondi e morti. Lungo la sede ferroviaria invece restano altri corpi, quelli considerati ormai perduti. La manovra consente di portare finalmente l'80-17 fuori dalla galleria ma lascia dietro un'altra traccia di orrore. Quando i ferroviari italiani tornano dentro la galleria scoprono che alcuni cadaveri a terra sono stati dilagnati dalle ruote del treno rimorchiato all'indietro. È il segno materiale di quanto quei soccorsi siano stati disperati e sommari.
27:28
Mentre l'80-17, lentamente, viene tirato verso Balvano, nella Galleria delle Armi la storia non è finita. Dopo che il convoglio è stato riportato indietro, una squadra entra ancora nel tunnel. Tra gli uomini c'è Ugo Gentile.
27:43
camminano nella galleria, questa volta senza aver davanti il corpo enorme del treno a occupare tutto lo spazio. Dove prima c'erano carri e ruote adesso restano sparsi i corpi, oggetti e segni del passaggio del convoglio. A un certo punto gli uomini vedono due figure riverse sulla sede ferroviaria. Sono Espedito Senatore e Luigi Ronga, la coppia di ferrovieri che manovrava la 480, la locomotiva di testa. Senatore è morto, Ronga invece respira ancora, è caduto con la testa sulla massicciata. Gentile lo riconosce, per un attimo anche Ronga riconosce Gentile.
28:15
Ronga non riesce a camminare, trema, non può uscire da solo. Il tragitto è breve sulla carta ma in quel momento pesa come una salita infinita.
28:23
supportato dai colleghi ronga arriva in stazione vivo viene soccorso come si può gli danno latte più volte anche grazie alla moglie del capostazione vincenzo maglio lo tengono sveglio lo fanno respirare provano a riportarlo interamente dalla parte dei vivi il salvataggio di ronga è uno dei pochi miracoli riconoscibili di quella mattina ed è anche una prova terribile perché ronga viene trovato dopo dopo la prima ricognizione dopo il movimento del treno e ancora vivo all'interno della galleria E allora ritorna alla domanda di prima. Quanti altri hanno respirato ancora per minuti, per ore, senza che nessuno riuscisse a distinguerli dai morti?
28:59
La galleria delle armi, anche svuotata dal treno, continua a restituire persone. Lo farà per ore. Alcune vive, altre ormai perdute. E ogni corpo trovato dopo rende più insopportabile il ritardo con cui tutto è cominciato.
29:13
Sono le 8.40 quando il treno 80-17 torna definitivamente a Balvano. Da quel momento la scena si sposta dalla galleria delle armi alla stazione e la stazione di Balvano diventa un obitorio. I carri vengono aperti, i corpi vengono tirati giù, le salme vengono allineate sui marciapiedi, caricate, spostate, contate. Molti sembrano addormentati, non hanno ferite evidenti. Il monossido li ha lasciati interi ma senza vita. Alcuni hanno schiuma alla bocca, sangue dal naso, il volto contratto dalla sfissia. Altri sono rimasti nella postura in cui hanno perso conoscenza, seduti, accasciati, piegati contro un compagno di viaggio.
29:50
Il treno viene sezionato perché la stazione è piccola e i binari non riescono a contenere tutto quel materiale. I carri di coda vengono separati e mandati verso Romagnano. Alcuni carri intermedi vengono collocati sul binario dello stesso scalomerci. Le due locomotive e i primi carri restano sul binario di corsa. C'è spazio anche per storie surreali, come quella di Giovanni Scutiero, che inizialmente viene creduto morto, viene scaricato dal treno senza troppe cautele, come un cadavere. La botta lo sveglia, comincia a lamentarsi piano solo allora chi gli sta intorno capisce che respira ancora e quindi lo affida ai soccorsi.
30:24
Oppure c'è la storia di Matteo Federico, che si salva per un dettaglio simile. Era partito con la madre, Giuseppina D'Auria, il fratello Gennaro e lo zio Bernardino. Nella galleria aveva sentito il fumo invadere il carro e aveva detto ai suoi di mettersi un fazzoletto davanti alla bocca. Poi era crollato sopra gli altri. Quando finalmente viene tirato fuori, per qualcuno è già morto.
30:45
È una ragazza di Balvano, Carmelina di Staso, ad accorgersi che Matteo muove ancora un braccio. Allora insiste, si oppone a chi vorrebbe lasciarlo nel mucchio dei cadaveri, lo fa tirare fuori e anni dopo Federico racconta di essersi svegliato all'ospedale di Potenza il 19 marzo senza ricordare nulla.
31:03
Poco dopo mezzogiorno arriva da Potenza un treno con il prefetto Mario de Goizueta e un responsabile della Croce Rossa Britannica, indicata dalle fonti con il nome di Brown. Durante il tragitto vengono recuperati anche il comandante dei vigili del fuoco e il dirigente dell'ufficio sanitario provinciale, rimasti bloccati per un guasto all'automezzo.
31:22
Da questo momento il coordinamento migliora. Arrivano bombole d'ossigeno e arrivano anche i medici. I feriti meno gravi vengono curati e sistemati nelle case del paese, mentre quelli più gravi, circa una quarantina, vengono mandati all'ospedale di Potenza. Alcuni però muoiono mentre sono ancora in stazione. Il monossido continua a fare danni anche dopo l'uscita dalla galleria.
31:43
Mentre si cura, si interroga. Carabinieri e polizia militare provano a raccogliere dichiarazioni. Il problema è che molti superstiti sono confusi, intossicati, incapaci di ricostruire. Alcuni ricordano solo il fumo, altri, appena possono, si allontanano. Sono saliti su un merci in modo irregolare o temono di essere considerati tali. Hanno paura dell'autorità e delle forze alleate che comandano da quelle parti. In un disastro normale i testimoni restano. A Balvano invece molti spariscono e per questo la verità comincia subito a perdere pezzi.
32:16
La stazione intanto si riempie di salme. A un certo punto la banchina non sembra più una banchina, sembra il pavimento di una chiesa dopo una battaglia. I corpi vengono tirati giù dai carri e sistemati uno accanto all'altro, poi uno sopra l'altro perché lo spazio finisce subito. Alcuni hanno ancora il volto coperto da un cappotto, da una sciarpa, da un fazzoletto usato poche ore prima per provare a respirare. Chi arriva in stazione vede una fila di vagoni aperti e sotto una distesa di persone che nessuno riesce ancora a chiamare per nome. La relazione ufficiale parlerà di 501 corpi scaricati e trasportati al cimitero di Balvano.
32:50
I sette ferrovieri morti vengono separati dagli altri e portati a Salerno con autorizzazione del prefetto. Per tutti gli altri c'è un problema materiale enorme. Dove seppellire centinaia di cadaveri? Il cimitero di Balvano non è pronto per una cosa del genere, i corpi sono troppi. Il tempo passa e nonostante sia marzo la conservazione diventa impossibile. A quel punto il personale alleato presente propone una soluzione estrema, bruciare i corpi. A quel punto interviene Francesco De Carlo, un anziano macellaio del paese. Ha un terreno vicino al cimitero e lo mette a disposizione.
33:22
Quel pezzo di terra permette di evitare il ruogo e di scavare fosse comuni.
33:27
Sotto la pressione delle forze alleate, gli uomini di Balvano vengono messi al lavoro quasi a forza. Devono prelevare i cadaveri, portarli al cimitero, scavare le fosse e seppellire i corpi senza nome. Molti resistono finché possono. Poi, davanti a quell'orrore, appena possono mollano tutto e scappano. Sono moltissimi i corpi che finiscono nelle fosse, senza un nome, senza una famiglia presente, senza un vero funerale. Le versioni sul numero delle fosse non coincidono quasi mai. In alcune testimonianze saranno ricordate come tre fosse disposte a forma di pi greco.
33:57
In altre ricostruzioni si parla di quattro fosse comuni. Però la sostanza non cambia. Balvano deve seppellire in poche ore una folla di morti arrivata da fuori.
34:07
Nei giorni successivi la notizia comincia a tornare indietro. Non arriva mai intera, ma spezzata, deformata, portata da qualcuno che ha sentito dire qualcosa. Un treno fermo sotto una galleria, morti asfissiati vicino a Potenza, corpi portati a Balvano. Per molti parenti comincia un secondo viaggio. Il primo lo avevano fatto le vittime salendo sull'80-17, il secondo lo fanno quelli rimasti andando a cercarle. Tra queste persone c'è la moglie di Giuseppe Russo. Sul treno maledetto c'era suo marito, aveva 27 anni. A casa lascia tre figli.
34:38
Lei parte subito, lascia i bambini e raggiunge Balvano. Quando arriva però la tragedia è già diventata una sepoltura. Le fosse sono aperte, i cadaveri sono ammassati. Il tempo stringe, la putrefazione è cominciata e lei prova a guardare, a cercare, a riconoscere qualcosa. cerca suo marito tra centinaia e centinaia di corpi ma di Giuseppe Rosso non c'è traccia è troppo in basso coperto dagli altri irraggiungibile la fossa a quel punto deve essere chiusa e lei deve scegliere tra restare davanti a un corpo che non può più portare via o tornare dai figli che l'aspettano a casa alla fine se ne va torna al paese senza Giuseppe Morire a Balvano significa anche questo, restare lontano da casa, essere sepolti in fretta, diventare uno fra centinaia, lasciare ai parenti non solo il lutto, ma anche l'impossibilità di poterti piangere su una tomba tutta tua.
35:28
Intanto attorno ai cadaveri comincia un altro lavoro, meno visibile, più freddo. I carabinieri avviano l'identificazione delle vittime e l'inventario degli oggetti. Si cercano documenti, portafogli, biglietti ferroviari, fotografie. Ogni corpo diventa una scheda, un numero, una descrizione. In quelle liste c'è una burocrazia quasi insopportabile. Il linguaggio prova a mettere ordine, ma più ordina e più mostra l'assurdo. Un cadavere senza nome viene descritto attraverso vestiti. Una vita intera resta appesa a una sciarpa, un paio di scarpe, a una foto.
36:00
E poi c'è anche il capitolo peggiore dei grandi disastri in tempi di carestia, lo sciacallaggio. In mezzo a quei corpi qualcuno prova a rubare. Ruba abiti, scarpe, oggetti, roba da poco, ma proprio per questo ancora più miserabile. E c'è persino il caso allucinante di un uomo che ruba le scarpe a un cadavere e solo dopo si accorge che quel corpo è quello del figlio. È una scena quasi impossibile da raccontare, però appartiene a quella giornata, alla follia di quei giorni.
36:27
Le indagini cominciano quasi subito, ma l'abbiamo già detto, la confusione è tanta. Tirare le fila di questa tragedia è compito assai arduo. Chi viene interrogato ha visto solo una parte. Chi era sul treno spesso ricorda poco perché il monossido ha cancellato ore intere. Chi era in stazione prova a ricostruire tempi e decisioni, ma gli orari non combaciano, le versioni si contraddicono. Il verbale del Consiglio dei Ministri del 9 marzo 1944 è uno dei documenti più importanti. Lì il disastro viene portato davanti al governo Badoglio, che in quel momento siede a Salerno, quindi non lontano dai luoghi della tragedia.
36:59
Nel documento vengono indicate gravi infrazioni. La prima riguarda Battipaglia. Il treno 80-17, secondo quella relazione, non avrebbe dovuto essere autorizzato con quel peso. La soglia prudenziale indicata era di circa 350 tonnellate. Il convoglio, invece, ne pesava molte di più. il verbale parla di circa 600 tonnellate la seconda riguarda Balvano e Bellamuro i dirigenti delle due stazioni secondo il verbale non si sarebbero curati abbastanza di accertare la posizione del treno un convoglio parte da Balvano non arriva a Bellamuro e per ore resta dentro una zona d'attesa di supposizioni di comunicazioni lente la terza invece riguarda il personale di macchina Nel verbale si affaccia anche il dubbio sul funzionamento del sabbiere, cioè gli strumenti che avrebbero potuto aiutare le ruote a fare presa sulle rotaie umide.
37:45
È un dubbio, non una sentenza, ma entra comunque nel quadro delle possibili mancanze.
37:51
A leggere quelle righe sembra che una direzione ci sia. Il documento dice anche che i capi stazioni di Battipaglia, Balvano e Bellamuro devono essere sospesi, in attesa che l'inchiesta precisi le singole responsabilità. Poi però accade quello che accade spesso dopo le grandi tragedie. Più la vicenda viene studiata, più la responsabilità si disperde. Quella del governo Badoglio però non è ancora una vera indagine conclusiva. È un rapporto arrivato a pochi giorni dal disastro, un primo quadro.
38:19
La vera inchiesta tecnica, quella più ampia, nasce invece sul binario alleato.
38:27
A ordinarla è Carl Gray Jr., direttore generale del Military Railway Service, cioè la struttura militare alleata che, come ricorderete, in quel momento controlla e organizza il traffico ferroviario nelle zone italiane in mano agli alleati. Gray nomina un vero Board of Inquiry, una commissione di inchiesta militare ferroviaria. A guidarla è il tenente colonnello Fred Hawkey, comandante del 727 Railway Operating Battalion, un reparto ferroviario dell'esercito americano composto da uomini che di mestiere, prima della guerra, spesso venivano proprio dalle ferrovie.
39:00
Dentro la commissione ci sono ufficiali alleate e personale ferroviario italiano. La procedura però è lenta, anche per problemi di lingua. Le testimonianze vengono verbalizzate e in due giorni vengono interrogati gli uomini delle ferrovie presenti a Salerno che possono avere anche solo un semplice collegamento indiretto con l'incidente. Poi il gruppo si muove lungo la linea, vengono sentiti ferrovieri, personale delle stazioni, uomini che hanno visto passare il treno o uomini che hanno aspettato l'80-17 che sono entrati nella galleria dopo la strage. La commissione ispeziona anche la galleria delle armi, controlla la ventilazione, la pendenza, le condizioni del binario, tutto quello che può aver trasformato un treno fermo in una trappola di gas.
39:41
Più l'indagine diventa tecnica, più raccoglie dettagli e più la responsabilità finale sembra farsi sfuggente. Le carte aumentano, le cause aumentano e i responsabili diminuiscono. Infatti la conclusione della relazione alleata prende una strada più comoda. Il disastro viene ricondotto all'arresto del treno dentro il tunnel. Punto.
40:02
che per l'amor del cielo non è mica falso, ma spiega il punto in cui la morte è avvenuta, e non davvero perché quel treno fosse lì, con quel peso, con quelle persone, con quel carbone, su quella linea in quella notte senza un soccorso tempestivo.
40:16
Alla fine, però, quella massa di carte non produce una responsabilità proporzionata alla strage. Le sospensioni annunciate nei primi giorni non diventano una vera resa dei conti. Le colpe si distribuiscono tra carbone, peso, guerra, pendenza, personale, passeggeri e ritardi. E proprio perché si distribuiscono ovunque, finiscono per non fermarsi quasi su nessuno. E Balvano finisce proprio lì, dentro un meccanismo in cui ogni elemento conta, ma nessuno sembra bastare da solo per diventare colpa. Il carbone fornito dagli alleati era pessimo e produceva fumi pericolosi.
40:48
La linea battipaglia potenza era difficile, con gallerie lunghe, pendenze severe, tratti dove il fumo poteva ristagnare. Il treno era troppo pesante. I passeggeri erano troppi, stipati su carri merci e le locomotive erano montate entrambi in testa e non avevano un modo per comunicare. I macchinisti avevano preso decisioni contrastanti mettendo in stallo il treno e infine, quando entrambi avevano scelto autonomamente di indietreggiare, il frenatore aveva fermato la manovra che li stava portando lontano dal fumo. questa è la linea che resta Balvano non nasce da un solo errore nasce da una catena ogni anello preso da solo poteva forse essere assorbito messi insieme quegli anelli chiudono l'80-17 nella galleria delle armi e quando la catena si chiude nessuno riesce più ad aprirla Le conseguenze tecniche però arrivano e questo conta.
41:42
Dopo Balvano su quella linea non si può più fingere che il rischio sia solo teorico. Vengono introdotte o rafforzate cautele specifiche. Quando si usano due locomotive la disposizione deve evitare di concentrare tutto il fumo in testa al convoglio e dove possibile si cerca di usare trazione diesel. Si controlla la galleria delle armi dopo il passaggio dei treni e si aspetta che il fumo si diradi.
42:03
Si verifica la visibilità nel tunnel prima di autorizzare un nuovo transito. Sono misure pratiche. L'attenzione si sposta là dove prima era stata fatalmente ignorata.
42:12
Il punto è proprio questo. Dopo Balvano quel rischio viene riconosciuto come reale. Non viene più trattato soltanto come una sfortuna irripetibile. La ferrovia cambia qualcosa perché qualcosa quella notte si era dimostrato prevedibile almeno nella sua natura.
42:27
Magari nessuno aveva immaginato una strage di quelle dimensioni, ma il pericolo del fumo in galleria, del carbone cattivo, del peso eccessivo, della doppia trazione a vapore e del ritardo nei soccorsi, quello sì, quello era leggibile. E infatti dopo viene regolato. Balvano produce carte, produce relazioni e nuove norme tecniche. Quello che non produce, almeno non subito, è una memoria nazionale. E questo è il punto più assurdo di questa vicenda, perché stiamo parlando della più grande tragedia ferroviaria italiana. Una delle più grandi d'Europa. Centinaia di persone morte nello stesso treno, nella stessa galleria, nella stessa notte.
43:01
Eppure Balvano scivola via. La notizia circola, certo, ne parlano le agenzie, ne scrivono i giornali. La stampa italiana e internazionale dà conto di quei morti asfissiati in una galleria dell'Italia meridionale. Ma tutto resta compresso, quasi laterale. Nel marzo del 1944 l'Italia è ancora dentro la guerra. La morte ha tutto un altro significato in quegli anni e pochi giorni dopo, come se non bastasse, si mette in movimento anche il Vesuvio. L'eruzione del marzo del 44 copre Napoli e molti paesi attorno al vulcano di Cenere e Lapilli.
43:34
Le fotografie dei giornali si riempiono di lava, tetti crollati, soldati alleati che spalano cenere, case sepolte e famiglie evacuate. Persino l'immaginario della catastrofe cambia direzione. L'Italia guarda il vulcano e guarda la guerra che risale la penisola. Balvano resta indietro. In quel contesto anche una strage enorme può diventare una notizia fra le altre. Una carneficina dentro un tempo pieno di carneficine. Un treno pieno di morti che viene coperto, quasi letteralmente, dalla cenere di un'altra emergenza.
44:06
Balvano però ha anche un'altra caratteristica che la rende difficile da raccontare. La memoria pubblica spesso ha bisogno di una forma e Balvano non ne ha una comoda. Così dopo i primi articoli la storia si abbassa di volume, resta nei paesi, nelle famiglie, resta Balvano, nei sopravvissuti, nei parenti, in qualche documento, in qualche articolo locale, in qualche fascicolo difficile da trovare. Balvano sparisce per decenni. Il paese non sa che cosa sia successo lì. Il primo grande ritorno giornalistico arriva solo 12 anni dopo, nel 1956, quando l'Europeo pubblica un'inchiesta di Giulio Frisoli.
44:41
12 anni. L'Italia intanto è cambiata, sta provando a raccontarsi come un paese che riparte, che costruisce, che consuma, che guarda avanti. E dentro quell'Italia la storia di un treno merci pieno di centinaia di morti in una galleria sembra arrivare da un altro mondo. Infatti torna per un momento e poi scivola via ancora. Altri articoli arriveranno negli anni successivi, alcuni più seri, altri pieni di errori, ricostruzioni fantasiose, dettagli deformati, ma Balvano non diventa mai davvero un luogo della memoria nazionale. Resta una tragedia enorme e laterale, conosciuta da chi la cerca e ignorata da quasi tutti gli altri.
45:16
A tenerla in vita sono soprattutto i sopravvissuti e le famiglie. Tra quelli che provano a strappare Balvano dall'oblio, il lavoro più importante è probabilmente quello di Warneski. Con anni di ricerche, documenti recuperati, testimonianze e tre libri dedicati al treno 80-17, è lui, più di chiunque altro, a riportare questa tragedia fuori dalla nebbia in cui era rimasta sepolta. Nel 1992 Giuseppe Russo parte con suo padre per Balvano. È il nipote del Giuseppe Russo che abbiamo conosciuto noi, quello che la moglie aveva provato a cercare nelle fosse comuni senza successo.
45:47
A casa loro in tutti questi anni della vicenda di Balvano si è parlato poco. Si sapeva che il nonno Giuseppe era morto su un treno sotto una galleria mentre cercava di procurarsi cibo. Padre e figlio arrivano a Balvano e chiedono informazioni. Non ci sono grandi monumenti commemorativi, ma solo indicazioni dette a voce da persone del posto. Vengono indirizzati verso il cimitero. Lì, dicono, sono stati sepolti tutti. Trovano una grande croce al centro del cimitero. Trovano i fiori e i lumini. Alla fine vedono la lapide posta a indicare la grande fossa comune che accoglie le vittime di Balvano.
46:19
Depongono quindi un mazzo di margherite bianche e poi si dirigono verso la vecchia stazione, ormai abbandonata. La trovano accessibile, non custodita, non protetta, non trasformata in un luogo di memoria.
46:31
Fuori c'è persino una pecora legata, come se quel posto fosse tornato a essere campagna.
46:36
entrano. Dentro trovano cartacce, documenti lasciati in giro, vecchi timbri ferroviari, tracce di un ufficio che un tempo aveva regolato partenza, arrivi e ordini di servizio. Tutto disperso, impolverato, senza più una mano che lo tenga insieme. Ed è forse questa l'immagine più crudele, perché la galleria delle armi almeno conserva il buio, il cimitero conserva le fosse, la stazione invece conserva l'abbandono. Russo guarda quel luogo e capisce che Balvano non è stato solo dimenticato nei libri, nei giornali o nei racconti nazionali. È stato dimenticato anche lì, nel punto esatto in cui la tragedia era arrivata alla luce, dove i corpi erano stati scaricati, dove i vivi erano stati separati dai morti.
47:14
Perché alla fine Balvano è anche questo, una strage che per decenni sopravvive quasi solo nelle domande dei figli e dei nipoti.
47:23
Dietro ogni grande truffa c'è una storia, dietro ogni fortuna un segreto, dietro ogni scandalo qualcuno che non voleva essere scoperto.
47:32
Io sono Massimiliano Carrà e insieme a Ilari Dilernia raccontiamo Ombre e il lato scuro dei soldi, il podcast di Borsa e Finanza dedicato ai più grandi crimini finanziari, alle frodi e agli scandali che hanno cambiato la storia.
47:48
Ascolta Ombre, il lato oscuro dei soldi, sulla tua piattaforma di podcast preferita.
47:56
Occhio al semaforo. 3, 2, 1, go! Ciao bacio, ciao ragazzi, ciao a tutti.
48:00
Ciao, tutti pronti, eh? 2026 stagione pazzesca.
48:04
Io sono Davide Vassecchi. E io sono Marco Melandri. Ci vediamo tutti lunedì qui a Chiacchiere da Box per commentare F1 e MotoGP insieme. Ciao!
48:11
Vi aspettiamo, ciao!
48:12
Chiacchiere da Box ogni lunedì su tutte le piattaforme podcast e su YouTube. Prodotto da Voice. Stay out.
48:24
Resta poi il problema dei numeri. L'abbiamo lasciato alla fine perché dopo tutto quello che abbiamo raccontato forse è più chiaro perché anche il numero sia instabile. La relazione ufficiale parla di 501 salme scaricate e trasportate al cimitero. Il numero più diffuso e ripetuto diventerà poi 517.
48:41
Altre ricostruzioni parlano di cifre diverse. Nei giornali e nelle carte compaiono 509, 521. Alcune fonti scendono, altre salgono. Qualcuno ritiene che le vittime possano essere state più di 600. Questa incertezza è parte della tragedia, perché su quel treno c'erano persone registrate e persone non registrate, persone con biglietto e persone senza, passeggeri riconosciuti e corpi senza nomi, soperstiti sfuggiti, cadaveri sepolti in fretta, famiglie arrivate troppo tardi. Balvano fatica persino a contare i propri morti e una strage che non riesce a fissare il proprio numero resta più facile da dimenticare perché un numero preciso diventa monumento un numero incerto diventa nebbia e Balvano per troppo tempo è rimasta lì nella nebbia la più grande tragedia ferroviaria italiana non è entrata nella memoria collettiva come avrebbe dovuto e forse il punto finale è proprio questo il treno 8017 non è rimasto soltanto nella galleria delle armi quella notte è rimasto fermo anche dopo nelle carte, nei racconti di famiglia, in un paese che ha preferito ricordare altri morti, altri dolori, altre immagini.
49:47
Ma ogni volta che qualcuno torna a Balvano, ogni volta che un parente cerca un nome, ogni volta che una testimonianza viene letta, ogni volta che quella galleria viene nominata, quel treno si muove ancora. Non torna a destinazione, non restituisce i morti, però esce almeno per un momento dal buio in cui era stato lasciato.
50:13
Non dirmi che anche tu pensi che investire sia una cosa da nerd In realtà questo è solo quello che si dice in giro ma non è necessariamente vero Anzi, io sono Chiara Anzuino, ho 19 anni e ho iniziato ad investire quando non ero appena 15 Quindi direi che non hai scuse In finanza da ragazzi, il mio primissimo podcast, racconta in un modo che anche un ragazzino capirebbe come puoi iniziare a gestire al meglio le tue finanze senza doverti comprare i corsi da centinaia di euro. Cerca subito Chiara Anzvino, finanza per ragazzi, disponibile su tutte le piattaforme di podcast.